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L’iniziativa di Fabrizio Barca ed una lettera premonitrice di tre anni fa

di Paolo Gelsomini (Progetto Celio, Residenti città storica, Carteinregola)

Le vicende legate alla verifica dello stato di salute dei circoli romani del PD portata avanti da Fabrizio Barca sono implicitamente una denuncia del progressivo snaturamento di questo Partito che è stato la causa principale non solo di quel modo privatistico e correntizio di gestire molti circoli ma anche della  incerta e poco coesa amministrazione capitolina che ha di fatto indebolito il Sindaco, frenato le azioni più incisive e coraggiose ed aperto di fatto la strada ad infiltrazioni mafiose ed a gestioni della cosa pubblica poco chiare.
Con rabbia rileggo la mia lettera di dimissioni dal PD dell’ormai lontano giugno 2012 a conclusione di una mia lunga militanza fin dai tempi del PCI. Ebbene, quelle analisi, quei motivi, quelle mie sofferte decisioni passarono sotto silenzio davanti ai dirigenti del PD romano di allora. Eppure allora parlavo dell’oggi. Così vorrei riproporre quella lettera, non certo per autocelebrarmi, ma per dare ancora una volta una testimonianza di quanto possa essere pericoloso sottovalutare i segnali e trasformare un Partito in un ring di correnti senza idee politiche e senza visioni di città.

Al Coordinatore del Circolo del PD Celio-Monti Luigi COLACCHI

Al Presidente del Circolo del PD Celio-Monti Eugenio LEVI

Ai Membri del Coordinamento del Circolo del PD Celio-Monti

Al Segretario della I Unione PD Andrea CASU

Al Presidente della I Unione PD Lucia MARCHI

Al Segretario Romano del PD Marco MICCOLI

Al Presidente Romano del PD Eugenio PATANE’

 

Roma, 3 giugno 2012

Dopo lunga riflessione ho deciso di non rinnovare la mia iscrizione al PD per il 2012.

Non è stata una scelta facile né indolore. Credo che il PD possa ancora avere un ruolo importante in questa drammatica fase sociale e politica che il Paese attraversa, ma sento che non rappresenta più il necessario e profondo cambiamento imposto alle forze di sinistra e riformiste dal fallimento globale delle oligarchie finanziarie internazionali. Al necessario appoggio al Governo Monti nella sua fase di risanamento e di ricostruzione di una credibilità internazionale si doveva accompagnare una politica che segnasse un’inversione di tendenza consapevole che un modello economico e sociale stava crollando rovinosamente salvando solamente i poteri forti ma riducendo drasticamente ogni forma di democrazia economica, sociale ed istituzionale; smantellando e non riformando un sistema di welfare, di ammortizzatori sociali fondati non solo sulla cassa integrazione ma anche e soprattutto sulla formazione e sulla riconversione occupazionale; mortificando l’istruzione, la formazione e la ricerca; distruggendo le città considerate oramai come terre di conquista e di investimenti selvaggi; penalizzando la salvaguardia dell’ambiente e dei beni architettonici ed archeologici. Oggi più che mai la questione ecologico/ambientale si combina con quella del lavoro, dei redditi, dei consumi e della giustizia sociale. Non è più possibile oggettivamente continuare con un modello che mentre teorizza e pratica la strada della crescita continua e illimitata, provoca una crisi pericolosa della produzione, del consumo, del lavoro e dell’ambiente: sistemi produttivi e merci incompatibili con l’ambiente e con i bisogni sociali, cambiamenti climatici, desertificazioni, impetuosa spinta alle migrazioni di massa. E’ necessario chiedersi quali “merci”, nel senso di beni fisici e materiali, sono in grado di soddisfare bisogni umani. Oggi più che mai sviluppo e progresso sono inseparabili.

Anche a Roma il modello di sviluppo che ha dominato la Capitale dal secondo dopoguerra, fondato sulla spesa pubblica senza controllo, sul progressivo incremento degli occupati nel comparto pubblico  e sull’espansione urbana trainata dalla rendita e dalla speculazione, è entrato in una crisi senza  vie di uscita. Ma è entrato in crisi anche il cosiddetto “Modello Roma” delle amministrazioni di centro-sinistra ed il cosiddetto “pianificar facendo” su cui si è fondato il nuovo PRG.

Questa crisi così profonda impone un ragionamento di lungo periodo per tentare di far uscire la città dal vicolo cieco in cui l’ha cacciata l’economia dominante che a Roma, e non solo, ha voluto dire edilizia e consumo di territorio senza freni. Le ricette, che ancora oggi vengono presentate, sembrano invece ricalcare i modelli che sono stati causa di questa crisi e declino. Ancora espansioni; ancora costosissime grandi opere; ancora nessun investimento a sostegno delle imprese produttive che pure continuano a produrre; nessuna idea di infrastrutture per la Città e la sua area metropolitana, a parte scelte discutibili fondate sul trasporto privato su gomma e sulle soluzioni trasportistiche pesanti e costose che non realizzano quella rete intermodale di trasporto pubblico ma divorano solamente soldi e territorio a vantaggio di bene identificati gruppi finanziari ed imprenditoriali che tengono in pugno l’Amministrazione Alemanno.

Di fronte a questo vero e proprio attacco al territorio il PD non costituisce oggi quell’alternativa necessaria di cui ci sarebbe stato bisogno.

Sto leggendo il libro di Morassut “Mala Roma”. A pag.15 l’ex assessore all’Urbanistica con Veltroni sindaco afferma: “….in questi quattro anni che vanno dal 2008 ad oggi il Partito Democratico non è riuscito a fare un bilancio sincero dei quindici anni di governo del centro-sinistra a Roma. La lotta interna ha condotto in genere a letture superficiali utili solo per alimentare piccole battaglie di corrente. E’ un errore perché così non si potrà costruire nulla di duraturo né tentare di ristabilire una sintonia profonda con la città….”

Sono considerazioni gravi che non sono mai entrate nel dibattito urbanistico del PD romano, almeno di quello al quale mi è stato dato possibilità di accesso o conoscenza.

Nella nostra città ci sono centinaia, o forse migliaia di associazioni, comitati, movimenti su una vasta gamma di tematiche che vanno dai temi della democrazia partecipata, al lavoro, ai diritti fondamentali dell’individuo, allo sviluppo compatibile, ai beni comuni.

Rappresentano una società civile diffusa, espressa da uomini e donne, da lavoratori, intellettuali e studenti che non predicano l’antipolitica e non hanno vocazioni o tentazioni grilline o perlomeno ancora non ce l’hanno, ma andando avanti così potrebbero cadere in braccio al capopopolo genovese. E non sarebbe una vittoria del progresso e della democrazia, ma solo un segnale politico.

Ad esempio, il modo in cui il PD sta conducendo la vicenda del finanziamento pubblico dei Partiti acuisce la frattura tra cittadini e politica.

Come sapete sono impegnato da molti anni oramai nel campo dell’associazionismo romano ed ho sempre pensato che occorresse trovare un triplice modo di comunicazione tra partiti, istituzioni ed associazioni o movimenti per fare vivere la democrazia e per arrivare a scelte politiche ed istituzionali il più largamente condivise. Ci abbiamo provato anche all’interno del PD del Primo Municipio, ma l’impressione mia è stata che c’è un baratro tra attività dei Circoli e dell’Unione da una parte ed elaborazione politica dei nostri gruppi consiliari sia al Comune che al Primo Municipio dall’altra.

Ho sempre pensato che i Circoli fossero il vero asse portante di un Partito aperto alla società civile.

Avremmo potuto raccogliere intorno alle nostre organizzazioni di base le energie più feconde e più vivaci della società, le competenze, le speranze, le freschezze dei giovani. Avremmo dovuto ricominciare a parlare dei grandi temi della politica nazionale ed internazionale, riprendere i grandi temi della Città perché non si conoscono più le leggi, le regole, le filosofie che regolano lo sviluppo urbano, i destini di quartieri e rioni, l’organizzazione della vita sociale che è il vero segno della civiltà metropolitana. Così muore la democrazia urbana, così langue la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, così crescono indifferenza e qualunquismo. Così i poteri forti conquistano i beni comuni e la Città perde la sua Storia come i cittadini perdono la loro identità urbana. Ben altro poteva e doveva essere il ruolo del PD di fronte alla natura dei conflitti e delle contraddizioni metropolitane.

Così non è stato. Mi assumo le mie responsabilità per quanto mi compete ma anche altri dovrebbero riflettere a fondo più che su un passato recente anche su un presente socialmente e politicamente improduttivo. Ed allora a posto di quei Circoli che non funzionano occorre pensare ad altre forme, ad altri contenuti, ad altre forme di elaborazione critica e di comunicazione politica. Con le persone giuste. La corsa ai posizionamenti è insopportabile, soprattutto prima delle elezioni. Che si parta dal merito, dalla capacità di analizzare, di attrarre energie e risorse umane, di costruire organizzazione, idee, progetti. Non fa bene a nessuno amministrare stancamente il quotidiano, fare e disfare a seconda della convenienza del momento. Debbono marciare prima le idee ed i progetti e poi le persone. Non viceversa. Occorre conoscere e votare i bilanci dei Circoli, occorre conoscere il nome ed il recapito degli iscritti, occorre far vivere la massa di questi iscritti e non farli comparire dal nulla solo nei momenti di necessità elettorale interna, occorre sollecitare e sviluppare un dibattito trasversale a tutti i piani del Partito per concorrere alla definizione della sua politica, occorre stare vicino ai cittadini che esprimono disagio sociale e a fianco di quella società civile organizzata che esprime idee, creatività, bisogni dimenticati spesso dalla Politica.

Tutto questo non l’ho più trovato nel PD ma spero di poterlo ritrovare insieme al PD e non solo al PD, da un altro contesto, da un altro punto di vista, da un altro percorso.

Cari amici e compagni, cari democratici, continueremo a lavorare insieme per l’affermazione di una nuova stagione della Politica a Roma e nel Paese.

Un abbraccio a voi tutti.

Paolo Gelsomini

Paolo Gelsomini

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